La parodia dell’obbligo

Nonostante alterne vicende e qualche problemino storico che fatico a risolvere, mi sento felice ultimamente e sereno e mi è anche tornata la voglia di leggere. L’ultimo libro che mi è capitato in mano è “I ferri del mestiere” di Fruttero e Lucentini i quali nel 1984 scrivevano:

È un vero peccato che nella scuola italiana la parodia non faccia parte dei normali strumenti d’insegnamento […] In parte, forse, per una malintesa forma di rispetto, come se scrivere due paginette «alla maniera» di Verga o D’Annunzio equivalesse a uno sberleffo, a uno sgorbio volgare sul loro sacro monumento. In parte deve poi entrarci quel rovinoso atteggiamento che gl’italiani hanno sempre avuto verso la cultura (ma anche verso la politica, l’ecologia, il sindacalismo, ecc) che gli fa apparire «serio» soltanto ciò che è altisonante, impettito, astruso, per cui, conversamente, ogni approccio di sapore pragmatico gli sembra ignobile e superficiale.

Quasi venticinque anni sono passati e la musica non è cambiata affatto, salvo forse quello che fa e dice l’Onorevole Gabriella Carducci. A quale esempio di alta politica stia facendo il «verso» però, mi rimane un po’ oscuro.