La catena

Non quella del cesso beninteso ma quella degli affetti che Adolfo Celi prospettava a Gastone Moschin in Amici Miei, una catena che non si sarebbe dovuta spezzare e invece… Il riferimento è parzialmente oscuro pure a me, voci nella mia testa lo hanno suggerito voi non tenetene conto se decidete di continuare la lettura.
L’origine di questo post nasce dal caso “Mayer-vs-Ediprint” di cui si parla in questi giorni.
La catena, che voleva diversi attori dal cliente al prodotto finito è stata inevitabilmente stravolta dall’avvento del Computer e di Internet (ah! ecco il riferimento)
*) Pochi anni fa, avevamo il “cliente finale” che andava da -> “professionista del settore” il quale dopo una serie di bozzetti e conseguente approvazione andava da -> “Azienda che lavora ovviamente come Dio comanda”. Tempo medio per la realizzazione dell’oggetto finale (quale che sia) un mese, tre settimane nel caso migliore.
*) Ieri. Il cliente finale crea con word o più spesso con publisher (Dio lo stramaledita lui e quello che ha inventato sto schifo), salva su un floppy (l’ultima volta che ho utilizzato per uso personale uno di quei cosi, credo fosse ancora legale l’incesto) e tutto contento va da -> “Azienda /professionale/nata ieri/” spiegando che vuole un (per fare un esempio) biglietto da visita in vetroresina, serigrafato fronte retro col logo a rilievo, laser scintillanti che illuminano il lettore e una gradevole musichetta che accompagna lo stesso possibilmente POLY. Dopo qualche minuto (di imbarazzo se Azienda professionale/panico se Azienda nata ieri) di spiega al folle cliente che non è possibile. Ogni rimostranza viene sedata fino alla conclusione della trattativa che sia positiva o meno.
*) Oggi. Oggi, c’è una crisi economica che farebbe impallidire chiunque, alla faccia del governo che spavaldamente parla di successi e di persone che stanno bene, non si muove un bottone come diciamo da queste parti. Quale che sia il settore, non ci sono soldi da spendere e cacciare un cliente non è una soluzione praticabile, punto. Questo ha portato all’evoluzione della catena di affetti che genera un lavoro. Le richieste, anche le più folli, trovano come risposta un sorriso e un cenno affermativo, eventuali problemi verranno discussi in futuro, forse. Quando un’azienda si ritrova dal 50 al 90 per cento di clienti con richieste assurde, e la quasi totalità di clienti con richieste ragionevoli, salvo i tempi di consegna e l’ultima, microscopica minoranza con tutte le carte in tavola per avere un buon prodotto (specifiche precise e tempi di realizzazione realistici), finisce per trattare tutti nello stesso modo. Spesso non ha alternative.
Il prolema che secondo me non è stato trattato in questi giorni non è se la Ediprint ha usato efficacemente gli strumenti di comunicazione con il cliente ma che quel prodotto, non avrebbe dovuto uscire dall’azienda. Voglio dare credito al Signor Nepote sulla professionalità dell’azienda che rappresenta. Dico che, secondo me, qualche anno fa non sarebbe uscito sicuramente una cosa così.
E’ un problema assai più grave dell’ignoranza della comunicazione su Internet è, un sistema marcio in ogni sua parte. Una soluzione?
Forse oggi ne abbiamo una, non definitiva, non completa ma un inizio sicuro. La Ediprint, sempre attraverso la voce di Mauro Nepote, apre un blog. Un modo per poter comunicare con i propri clienti, magari i più tecnici, quelli che hanno richieste più precise e suscettibili di problemi. Quei clienti che d’altro canto danno più soddisfazione e speriamo respiro ad aziende capaci.

ps
Già che c’erano potevano mettere su WordPress, ma questa è tutta un’altra storia.

[tags]Giuseppe Mayer, Tipografia, Ediprint, Mauro Nepote[/tags]

Agile Geek

Letta qualche tempo fa a proposito di Linguaggi Estensibili:

  • Anonimo – ecco ora pero devi mostrarci un’esempio in python di libreria attiva grazie 🙂
  • Linucs – metti il codice dentro __doc__ con due tag e poi lo butti dentro un eval sempre se ti regge lo stomaco

[da wup]

Io rido sempre come un matto quando la leggo voi no?

Update
Ludo traduce per i comuni mortali:
Traduzione per i non python-gnoscenti: per fare la libreria attiva più semplice metti del codice nel posto dove Python si aspetta il testo descrittivo di documentazione di un oggetto, lo distingui dal testo usando due tag, poi quando il programma sta girando lo estrai dal testo descrittivo e dici a Python di interpretarlo come righe di programma.
Traduzione semplice: una vera schifezza! Chi ha scritto una cosa così dovrebbe essere costretto a programmare in VB (quello vecchio) per il resto della sua vita…
A parte che oltre ad essere una schifezza non ci ha neanche beccato: non è un esempio di libreria attiva, è solo codice messo dove dovrebbe stare del testo, non codice che si adatta e modifica il programma in corso mentre sta girando…

Considerazione personale: Ma si è una specie di codice automodificante, roba che si usava quando c’erano i veri programmatori (quelli veri nè, che il C è acquetta fresca)